Aziende, arriva il certificato Dyslexia Friendly

Axia, Micron, Ibm e adesso anche Intesa Sanpaolo. Alcune grandi aziende hanno ottenuto o stanno cercando di ottenere la certificazione Dyslexia Friendly Corporate, premio assegnato dalla Fondazione Italiana Dislessia a quelle realtà che seguono un percorso per imparare a capire come non discriminare i dislessici, sfruttandone a pieno le peculiarità. È una questione di immagine, in Italia su una popolazione di 60 milioni, le persone con Dsa sono più di 2 milioni. E anche un modo di valorizzare le differenze. “I ragazzi con Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) – racconta la vicepresidente Susanna Marchisi – possono avere difficoltà durante le selezioni perché le aziende non sono preparate su questo tema. Noi invece vogliamo aiutarli ad entrare nel mondo del lavoro una volta conclusi gli studi”.

Ogni anno, lungo lo Stivale, 300mila giovani terminano il percorso scolastico e in media il 4 per cento di questi soffre di Dsa, circa 12mila persone in cerca di occupazione. A loro bisogna andare incontro. “Se prima di un colloquio – racconta Marchisi – è normale che l’ansia s’impadronisca di un giovane candidato, immaginiamoci cosa può succedere a un dislessico che ha avuto quasi sempre un vissuto difficile”. Non è un caso che molti ragazzi con disturbi dell’apprendimento, rifiutati dalle aziende tradizionali, tentino la carriera da imprenditori. “E a volte lo fanno con successo – ricorda la vicepresidente della Fondazione – Pensiamo a dislessici famosi come Steve Jobs, David Rockfeller o il patron di Virgin, Richard Branson”. Se le aziende riuscissero a comprenderli meglio, potrebbero persino trarne beneficio. “Noi cerchiamo di formare anche su questo, e non solo su come selezionare e valutare questi candidati. – conclude Marchisi – Spesso un giovane che soffre con Dsa ha spiccate doti creative, la capacità di adottare punti di vista non convenzionali, doti di problem solving e capacità di fare gioco di squadra”.

Tra le aziende che hanno appena concluso un percorso di 12 mesi con la Fondazione italiana dislessia c’è Ibm. Durante questo periodo l’azienda si è avvalsa della collaborazione di Sara Bocchicchio, ricercatrice dell’Università di Modena e Reggio Emilia. “Abbiamo per esempio capito – racconta Monica Forbice, Talent Acquisition manager di Ibm Italia – che una persona dislessica magari non supererà il test di inglese scritto, perché è a tempo o per via di problemi di disgrafia, ma potrebbe eccellere se lo stesso test fosse in forma orale. Per superare il nostro quiz di ingresso, che è di tipo logico matematico, potrà forse servirgli un tempo maggiore”. Queste lezioni sono state seguite da circa una trentina di dipendenti dell’ufficio risorse umane di Ibm e adesso l’azienda vuole mettere a disposizione di tutti i dipendenti eventualmente interessati, delle ore con una neuropsicologa per approfondire il tema. “L’obiettivo è infine quello di migliorare e adeguare i nostri processi interni – conclude Forbice – allo scopo di favorire le condizioni lavorative e l’emergere dei talenti di chi vive con Disturbi Specifici dell’Apprendimento”.

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